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Viaggiare con il WWOOF lavorando in fattorie biologiche (Parte 1)

 

Intervista a Bianca Casati

Bianca ha 21 anni e studia Scienze e Tecnologie per l’Ambiente all’Università Bicocca di Milano. L’estate scorsa, tra il primo e il secondo anno di studi universitari è partita per un’esperienza di wwoofing a Berea, in Kentucky.

Il WWOOF (World-Wide Opportunities on Organic Farms, Opportunità globali nelle fattorie biologiche) è un'organizzazione che mette in contatto le fattorie biologiche con chi voglia, viaggiando, offrire il proprio aiuto in cambio di vitto e alloggio.

1. Perché hai scelto di partire per questa esperienza?
Perché le tecniche di agricoltura biologica e in generale alternative a quella industriale (come la permacultura o “l’agricoltura del non fare” di Fukuoka) mi incuriosivano moltissimo. Ho scoperto tutto questo mondo e soprattutto i suoi risvolti antropologici e sociali in quinta liceo e sono stati la spinta a scegliere Scienze Ambientali come corso universitario. Mi sembrava che finalmente questo ambito potesse dare delle risposte concrete e intimamente comuni a tutti a quelle che sono problematiche attuali, portando visioni diverse dell’agricoltura ma unite dalla consapevolezza del legame inscindibile tra uomo e terra.
Ciò che mi ha spinto a lavorarci, e a lungo, è stato soprattutto il bisogno di vedere tutte queste teorie messe in pratica. Erano ancora concetti nell’aria e volevo vederli applicati e sperimentarli sporcandomi le mani. In più volevo viaggiare, conoscere uno stile di vita totalmente diverso e sperimentare un lavoro essenzialmente fisico piuttosto che mentale.

2. Come si organizza la partenza?
La prima cosa da fare è iscriversi alla piattaforma di wwoofing. Ce ne sono diverse, una per ogni paese del mondo. Io conoscevo già la farm dove avrei voluto lavorare, si trova negli Stati Uniti, quindi mi sono iscritta alla piattaforma di wwoofUSA, che comprende anche il pagamento di 40$ per diventare socio e la creazione di un profilo. Una volta diventati soci si hanno a disposizione tutti i contatti e i profili delle farm presenti in quel determinato paese. Ogni farm ha delle disponibilità diverse e una volta individuate quelle più idonee all’esperienza che si vuole fare, si procede a contattarle mandandogli una mail tramite la piattaforma.
Vitto e alloggio sono a carico della farm ma non lo sono gli spostamenti, in loco o per raggiungere la farm, l’assicurazione, eventuali vaccinazioni e alcuni strumenti da lavoro. Quindi una volta accordatisi con la farm si procede a procurarsi tutto ciò che non sia già compreso. 
Le tempistiche possono variare, io ho contattato subito la mia farm e nel giro di un mese, ci eravamo già accordate su tutto. So però di molte persone che hanno avuto bisogno di più tempo per vagliare le diverse farms e mettersi d’accordo. Di solito i mesi di lavoro vanno da aprile a ottobre, conviene quindi contattare la farm nei mesi invernali così da accordarsi per i successivi mesi estivi. Inoltre, è possibile che il piano possa saltare sul momento: può succedere che il lavoro sia troppo pesante o che non ci si trovi per niente con le persone con cui si lavora gomito gomito tutta la giornata o che magari le condizioni di vita in certe farms siano troppo estreme. In questi casi non è difficile trovare altre farms in cui trasferirsi anche all’ultimo. Lavoro ce n’è sempre e il sistema è molto fluido.

3. Com’è andata la permanenza in fattoria? 
Intensissima. La fattoria in cui ho lavorato si chiama Salamander Springs Farm, è stata creata ed è tutt’ora gestita da una donna, Susana Lein. Quando sono arrivata eravamo solo io, lei e un’altra ragazza, Leah, che era stata lì già un paio di mesi. Giusto il tempo di una settimana per aiutarmi ad ambientarmi e Leah è partita e siamo rimaste a lavorare da sole a tutta la farm io e Susana. Ho subito sperimentato la fatica di lavorare alla farm, saremmo dovuti essere in tre wwoofers per tutta la stagione e invece sono rimasta da sola a lavorarci dopo pochissimo. La solitudine in cui Susana vive tutto l’anno rende difficile il dialogo con lei in molti casi, il lavoro era faticoso e continuo, e soprattutto le condizioni di vita erano estreme. Ho dormito in una tenda tutti e due i mesi, avevo una doccia riscaldata dal sole all’aperto, una compost-toilet, gli insetti erano d’dappertutto e anche le condizioni di igiene erano ben lontane dall’ambiente sterile a cui siamo abituati nelle città. Nella farm il telefono non prendeva per nulla e la maggior parte del tempo si lavorava in quella che all’inizio era una solitudine insostenibile. Dopo una settimana, ero nel pieno di uno shock culturale e decisa ad andarmene. Ma era un panico cieco e mi sono imposta di aspettare e vivere alla giornata...

Alla prossima settimana per la seconda parte dell'intervista! Stay tuned!
Aggiornamento: clicca qui per la seconda parte dell'intervista


A cura di Rosamaria Provenzale

20 luglio 2018

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