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Lavorare come Au Pair: un'esperienza speciale

 

Intervista a Paola Legrenzi

A distanza di più di un anno dalla nostra prima intervista a una ragazza Au Pair, torniamo a parlare di questa opportunità con Paola, 23 anni, studentessa di Scienze Politiche all’Università di Padova. Ha scelto di prendersi una pausa durante la triennale ed è appena rientrata in Italia dopo un’esperienza di 8 mesi come ragazza alla pari a Stevenage, a nord di Londra.

 1. Perché hai scelto di intraprendere un’esperienza di questo genere?
Avevo bisogno di cambiare aria e chiarirmi le idee sul futuro. Ho pensato di allontanarmi andando a fare qualcosa di utile e serio, non un semplice viaggio. Le famiglie che hanno davvero bisogno di qualcuno che gli tenga i figli sono numerose e siccome mi piace stare con i bambini, ho avuto esperienza con i miei nipoti, ho pensato che fosse la scelta migliore. Quando vai all’estero il rischio all’arrivo è di non trovare lavoro, invece questa è una possibilità che ti dà la certezza già prima di partire. Ci si mette d’accordo con la famiglia a distanza e sai già dove andrai e cosa farai, è più sicuro.

2. Come hai organizzato la partenza?
Ho utilizzato il sito www.aupairworld.com che ti permette di impostare i Paesi in cui ti piacerebbe andare e quanto tempo vuoi fermarti e ti produce i risultati delle famiglie che corrispondono alle tue esigenze. A quel punto puoi o aspettare che le famiglie ti contattino o scrivere direttamente tu a loro. Si fanno un po’ entrambe le cose per velocizzare i tempi. Poi in base ai vari dettagli degli annunci puoi scegliere se vuoi più di un bambino, l’età, il tempo che dovrai passare con loro (i bambini più grandi vanno a scuola quindi dovrai starci solo il pomeriggo). Io avevo scelto un bambino piccolo, mi richiedeva quindi di stare con lui tutto il giorno.
All’inizio chatti con la famiglia, se le risposte sono positive e pensi che possa andare bene per te ci si scambia il contatto skype e si fa un colloquio in videochiamata. Si prendono poi accordi sulla data di partenza per acquistare il biglietto dell’aereo. Io ci ho messo veramente poco, dopo essermi iscritta al sito, in 10 giorni avevo già trovato la famiglia e dopo altri 10 giorni circa sono partita. 

3. Qualche consiglio per l’intervista con la famiglia di accoglienza?
Devi essere sincero. Innanzitutto con te stesso/a: se ti annoia stare con i bambini non scegliere questo lavoro, ti manderanno a casa dopo due settimane, i bambini non si divertono se tu ti fai gli affari tuoi. Di’ chiaramente le tue esigenze perché magari riescono a fare qualcosa per farti sentire a tuo agio e aiutarti anche, ad esempio, a trovare corsi o attività da fare nel tempo libero. Non mentire anche sul livello di inglese, non sempre cercano persone che lo parlino perfettamente.

4. La Brexit influirà sulla possibilità di fare l’Au Pair nel Regno Unito?
Per il momento non ci sono restrizioni per gli au pair europei. La data dell’uscita dall’Unione Europea è fissata per il 29 marzo 2019 ma leggevo che dal momento dell’annuncio il numero di  giovani che chiedono di andare in Inghilterra è diminuito moltissimo. Non si sa ancora cosa succederà dopo la Brexit.

5. Uno dei ricordi migliori di questa esperienza che porti con te?
È una risposta difficile da dare perché di momenti molto belli ce ne sono stati tanti, dovendo sceglierne uno, racconto una delle cose che mi ha reso più fiera. Era un bambino con un rapporto molto difficile col cibo, cresciuto a junk food e con una passione sfrenata per i dolciumi, ho cercato fin da subito di fargli cambiare rotta, perché ritengo chel'alimentazione sia un aspetto fondamentale per una crescita sana. Nella famiglia media del Regno Unito c'è molto meno la cultura del cibo e della salute di quanta ci sia in una qualsiasi famiglia italiana. Comunque, dopo un po' di tentativi falliti e di settimane in cui aveva iniziato a rifiutarsi di mangiare qualsiasi cosa, anche ciò che prima mangiava di gusto, mi è piaciuto molto vedere come sia stato lui a venire da me a chiedere di mangiare la verdura, la frutta, la pasta al pomodoro e a rifiutare le offerte di sua madre di fritti e caramelle ad ogni pasto, che prima costituivano invece la base della sua dieta. Quindi se proprio devo scegliere tra i ricordi migliori metterò quello di noi seduti al tavolo della cucina a mangiare insieme i pranzi cucinati da me con tanti cibi sani e lui che mi fa i complimenti dicendo che è tutto yummy delicious.

6. Ora che sei tornata in Italia, ti senti arricchita da questa esperienza? La consiglieresti?
È stata un'esperienza molto importante perché mi ha aiutata a capire cosa voglio fare dopo. Inoltre penso di essere stata una figura importante per il bambino e anche per la mamma perché la loro situazione familiare era abbastanza complessa a avevano bisogno di una figura di riferimento fissa. La mamma lavorava molto e io stavo tutto il giorno con il figlio, l’ho visto proprio crescere.
Inoltre ho molto migliorato il mio inglese, ho frequentato anche un corso serale, l’ho trovato su internet, ci sono infatti dei gruppi facebook di au pair della zona dove ci si può scambiare informazioni e aiutarsi a vicenda.
Trovo che sia un'ottima opportunità per staccare dopo le superiori, prima di iscriversi all'università, ma anche un'esperienza da fare in qualunque momento della propria vita, per prendersi una pausa senza starsene con le mani in mano, conosco ad esempio una ragazza che ha fatto l'au pair tra la triennale e la magistrale.
Mi sento quindi di consigliare l’esperienza, che aiuta sicuramente a crescere, perché prendersi cura di un bambino è una cosa che comunque ti fa diventare grande. Note negative: in questi mesi ho frequentato quasi solo bambini, avendo così tante ore occupate con lui non ho avuto modo di passare tanto tempo con persone della mia età. Nel weekend avevo mezza giornata il sabato e tutta la domenica liberi per esplorare, andavo a visitare musei ed era un momento bello della settimana.

7. Qual è il tuo motto?
Non sono una persona da “motti”, più che le brevi frasi ad effetto mi piacciono le lunghe spiegazioni dettagliate, ma dovendo rispondere a questa domanda dirò qualcosa come “non fuit in solo Roma peracta die”  (Roma non fu fatta in un giorno) che penso sia in tema con i discorsi fatti precedentemente.


A cura di Rosamaria Provenzale

13 luglio 2018

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